Elezioni USA: il giornalismo americano beats Trump

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(La foto in copertina è di Evan Vucci dell’Associated Press)

A uscire vincitore da questa incredibile quanto surreale maratona delle elezioni USA è il giornalismo americano, riflesso di un sentimento internazionale stufo di dare voce a chi semina disinformazione, confusione e incertezza con le proprie dichiarazioni.

Lo abbiamo visto proprio nelle scorse ore: durante un’improvvisa conferenza stampa in cui si autoproclamava vincitore (presieduta da numerose personalità ammucchiate tra loro rigorosamente senza mascherina, giusto per ricordare a tutti perché ha perso), Donald Trump ha dichiarato di essere vittima di brogli, senza però presentare alcuna prova a sostegno della propria tesi – dinamica costante nei fenomeni populisti.

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Msnbc, Abc, Cbs, Cnbc ed Nbx si sono giustamente rotti il cazzo e, in un modo o nell’altro, hanno dato lustro al proprio mestiere, bloccando in diretta il 45esimo presidente locale poiché millantava cose senza testimonianze certe e verificate (o verificabili).

“Ci troviamo ancora una volta nell’insolita posizione di dover non solo interrompere il presidente degli Stati Uniti, ma anche di doverlo correggere – dice Brian Williams della Msnbc -. Non abbiamo nessuna evidenza di voti illegali e non siamo a conoscenza di alcuna vittoria da parte di Trump”.

Gli fa eco Shepard Smith della Nbc e della Cnbc: “Interrompiamo il discorso del presidente perché ciò che sta dicendo, in larga parte, è assolutamente falso. E noi non possiamo consentire che vada avanti”.

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Ecco, non possiamo andare avanti così. Il ruolo del giornalismo è anche (o soprattutto) la contestazione. Ci si lamenta molto di questa professione, eppure è ancora oggi il megafono più importante che ci sia.

Solo che, in certe occasioni, si arriva al limite della pazienza. Dover continuamente riportare dichiarazioni prive di fondamento è logorante, ma finora è stato fatto in quanto il giornalismo è democrazia, e ti dà voce anche se continui a scrivere tweet da lattante.

A un certo punto, però, anche la democrazia non tollera più l’intollerabile, e mostra le maschere moderne per ciò che sono: facce vacue e vuote di un’epoca di grida forsennate e di contributi sociali veramente aridi.

In questi giorni, il giornalismo americano ha fatto la storia. Non solo del mestiere in sé, ma anche per lettori, ascoltatori e spettatori: non è vero che il giornalismo non serve a nulla, e questa è la sacrosanta dimostrazione.

Negli ultimi 4 anni, il populismo statunitense ha padroneggiato ovunque perché, oltre a essere uno dei linguaggi attuali, genera click, sia da una parte che dall’altra – perché a tutti piacciono le robe eclatanti, e il populismo è questo: vistoso manifesto del tutto fumo e niente arrosto.

Ma arriva il momento in cui un giornalista decide di spegnere il microfono e di mandare a cagare l’interlocutore, perché è vero che noi siamo dei megafoni importanti, ma non siamo megafoni delle stronzate altrui. O almeno, da oggi non più. È ora di varcare l’uscita.

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