Coronavirus: il giornalista è un nemico (se non parla bene di noi)

Coronavirus: il giornalista è un nemico (se non parla bene di noi)

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Se volessimo trovare il lato migliore della pandemia da Coronavirus, bisognerebbe fare un discorso prettamente filosofico: il virus ci sta insegnando a riqualificare le nostre certezze stereotipate. Altresì, ci sta rammentando che un’altra società è possibile, e che alcune categorie sociali ‘ciancicate’ in pubblica piazza non devono essere dimenticate.

In mezzo a tutto ciò, troviamo anche il giornalismo. Ovviamente la sua parte buona, quella composta da professionisti dell’informazione, in grado di condividere aggiornamenti puntuali e veritieri sul nuovo virus, destabilizzando ogni tipo di Fake News esistente. Insomma, il Coronavirus ha ricordato a tutti che il giornalista non è un nemico del popolo, ma anzi è suo megafono. Invece, prima, che idea ci eravamo fatti del giornalista?

leggere un giornale durante coronavirus

Prima del Coronavirus: il giornalista è un nemico

Inizialmente, questo articolo era stato inserito nel blog Autori di Fanpage. Dopo la sua chiusura, però, ho deciso di ripercorrere l’analisi nel mio sito. E partiamo dai fatti di fine 2018.

La CNN, riportando una ricerca del Reporters Without Borders (RSF), conferma che nel 2018 sono stati uccisi 80 giornalisti: il 61% è stato assassinato o deliberatamente preso di mira, mentre il 39% è stato terminato durante il suo operato. Il rapporto ha anche rilevato che, durante l’anno, 348 giornalisti erano detenuti e 60 tenuti in ostaggio. Si tratta di un “livello di ostilità senza precedenti”, come ha rivelato il segretario generale dell’RSF Christophe Deloire.

Un aumento di violenza nei confronti di chi opera nel giornalismo accentuatosi proprio negli ultimi 365 giorni. Una dinamica che si riproduce anche nel contesto pubblico democratico. In particolare, personaggi pubblici, uomini d’affari e politici hanno attaccato concettualmente e verbalmente la figura del giornalista sotto tutti i punti di vista, giustificando – in alcune occasioni – le violenze sulla categoria.

Oggi qualsivoglia operatore dell’industria giornalistica è un nemico da combattere, indipendentemente dalla testata autorevole per la quale lavori. Un dibattito che, principalmente, nasce da una pancia politica mondiale (Stati Uniti, Brasile e Italia su tutti) ideologicamente contro l’informazione di partito, che successivamente si è tramutata in una battaglia sociale contro qualsiasi informazione che critichi l’operato delle stesse personalità istituzionali che difendono tale odio.

Coronavirus, giornalismo e il ruolo dei social network

Un fenomeno speculativo fertile nei social network, in mezzo a utenti (dalla dubbia morale scolastica) che reputano come nuovi custodi della verità assoluta le pagine web dall’opinabile valenza sociale, scientifica, medica e legislativa. Un sentimento che, a lungo andare, ha prodotto eventi abbastanza allarmanti: i no vax e l’escalation del morbillo; i terrapiattisti e l’ostentazione aggressiva contro le ricerche nel campo della fisica; i fruttariani e lo stravolgimento della nutrizione.

Tutti esempi che, in un modo o nell’altro, sono figli di incompetenze intellettuali volte a confondere il concetto della libertà culturale con precetti senza alcun fondamento scientifico dimostrato, appurato o certificato. Una carenza deficitaria, verrebbe da pensare. La stessa carenza che diviene un orgoglio di divisione sociale, in una lotta tra poveri che, ormai, non riguarda più la provenienza aristocratica, ma il livello d’istruzione conseguito: la laurea, adesso, è sopravvalutata. Conta solo e unicamente l’università della strada.

Il giornalista: un capro espiatorio se non parla bene di noi

Un contenzioso che ha trovato nella virtualità terra fertile: “puttane e pennivendoli“, ormai, è uno slogan accettato e condiviso da chi vede nel giornalismo un nemico da combattere. Il problema intellettuale, in questo caso, nasce spontaneo: se, come specifica la Treccani, il giornalismo è “l’insieme delle attività e delle tecniche relative alla compilazione, redazione, pubblicazione e diffusione di notizie tramite giornali quotidiani o periodici”, ma le stesse pagine web che nascondono delle grossolane bufale in formato giornalistico vengono definite culturalmente accettabili, perché si critica solo l’autorevolezza e non l’inadeguatezza? Perché, in soldoni, fa comodo al proprio tornaconto personale.

E così, il giornalista diventa un capro espiatorio, qualcosa di ostile, fino a che non parla bene di noi o di fatti riguardanti il nostro orticello. Perché, di noi, il giornalista deve raccontare solo cose belle. Così in politica, così nella vita privata. Da qui capiamo perché la categoria è attaccata verbalmente e ideologicamente a mani bassi. Con tutte, poi, le contraddizioni che ne sussistono: riflettiamo sui famosi “due euro a pezzo”, pensiero condiviso, a cui però non si propongono soluzioni alternative per proteggere la categoria, le aziende o le nuove assunzioni, ma si preferisce chiudere la forbice della vita dell’informazione. Staccare la spina e via, chi s’è visto s’è visto.

Però, se il giornalista parla di noi, lo deve fare sempre bene. Inequivocabilmente. Perché l’onesta intellettuale professata da chi la urla a destra e manca è sacra, anche se questa, in certi casi, non sussiste. Insomma, due pesi e due misure. Se non parli positivamente di noi, facciamo in modo di zittirti (ricordate la lista delle testate buone e delle testate cattive oppure i fatti riguardanti Radio Radicale?). Sono peculiarità che non sono proprie di una democrazia, ma che appartengono più a un sistema totalitaristico. Che vi piaccia o meno.

Il risvolto del giornalismo ai tempi del Coronavirus

Oggi, però, il Coronavirus ha sottolineato l’esigenza del giornalismo come arma di democrazia. Non solo per comprendere ciò con cui stiamo lottando, ma anche per far emergere tutte quelle storie che hanno bisogno di essere raccontate: aziende che chiudono, lavoratori senza stipendio, studenti senza smart-studying.

Il giornalista, improvvisamente, diventa l’unico megafono utile per condividere un appello di aiuto, per dipingere lo spaccato sociale attuale, per mostrare chi necessità di aiuto, per far sì che nessuno possa dire che quei fatti non fossero noti. Insomma, testimonianze che ci aiutano a consapevolizzare come evolverci in una società migliore.

Coronavirus e giornalismo: i miei approfondimenti

Ho scritto e approfondito diversi articoli in merito a questo binomio. Di seguito, alcuni esempi:

  • Coronavirus: i miei articoli, i miei podcast e i miei video [LEGGI];
  • Com’è cambiata la nostra vita quotidiana con il virus? [LEGGI];
  • Coronavirus e superficialità nell’informarsi: avete rotto il c.a.z.z.o. [LEGGI];
  • Non fermiamoci a leggere solo il titolo di una notizia [LEGGI];
  • Quando un’opinione perde il valore di essere tale [LEGGI];
  • Come proteggersi dal pericolo Fake News? [LEGGI].


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