Da Einstein a Heather Parisi: l’universo musicale di Myale

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Myale è un artista emergente su cui punto molto. Di fatto, mi piacerebbe scrivere una presentazione con tutti i dettagli del caso, ma ogni volta le sue risposte mi spiazzano positivamente: le sue considerazione sono il miglior biglietto da visita che ha. Tempo fa, ho avuto modo di farlo conoscere nel mio blog in Fanpage. Oggi, però, divulgo la sua musica qui, nel mio spazio personale, dove raccolgo le interviste di chi – a mio avviso – fa progetti curiosi, interessanti e intraprendenti. 

> Qual è la storia di Myale?

“La storia di uno che è sempre stato amante della musica ma che, per tanti motivi l’aveva un po’ messa da parte per diversi anni. Di colpo un giorno, a 33 anni, scrissi una canzone per riconquistare una certa LEI. La canzone non ha riportato la bella al castello, ma mi ha dato la voglia di mettermi in gioco e lo slancio per scrivere e per scrivermi ancora”.

> Parliamo subito di Voglio Heather. Raccontami un po’ come hai partorito questo brano.

“Mentre scrivevo questo brano stavo cercando come ispirazione un icona fondamentale dei nostri anni Ottanta, e una sera in TV ho visto uno speciale sul programma televisivo Fantastico. Ho capito subito che Heather Parisi potesse essere quell’icona, regina di un mondo spensierato che ormai esiste solo nei nostri ricordi”.

> Singolo che anticipa l’uscita del tuo secondo album, L’innaffiatoio. Mi puoi dare qualche anticipazione sul suo contenuto?

“Ho voluto mettermi subito a lavoro dopo l’uscita dell’album Myale, volevo dare continuità al mio primo disco, prima di tutto per poter andare in giro a suonare solo pezzi miei, e ne avevo pochi. In secondo luogo volevo creare un disco più ragionato, creato senza fretta, ma soprattutto che rispecchiasse un identità, un marchio di fabbrica, un sound riconducibile a me, Myale. L’innaffiatoio è un disco di 10 brani con il quale spero di consacrare il mio modus operandi artistico”.

> Myale, l’ultima volta che ti ho intervistato è stato nell’ottobre 2017 per il blog in Fanpage. In questi mesi, qual è stata la tua evoluzione?

“Già dall’anno scorso stavo scrivendo e arrangiando i brani per questo disco, perché, come ho detto prima, volevo quanto prima far sapere alla gente che Myale (il disco) era solo l’inizio, e che presto avrei trovato la mia identità musicale e l’avrei mostrata, ed ero ansioso di farlo”.

Tu vieni dal contesto denominato musica emergente. Pensi che da questo gruppo possano uscire artisti che rivoluzioneranno quest’arte italiana? C’è qualche tuo collega che segui e con cui speri un giorno di fare un feat?

“Divoro giornalmente paccate di musica. In questo, Spotify per me è stato una benedizione. Ascolto tanta musica indie internazionale, e a volte per spezzare un po’ la routine butto l’occhio su cosa abbiamo in casa nostra. Ci sono diversi gruppi o cantautori interessanti nell’underground italiano, consacrati o ancora da consacrare. Tutti fanno il loro percorso indie che poi ad un certo livello diventa lo stesso per tutti. Mi piace molto Giorgio Poi, Frah Quintale, Willie Peyote, poi i Canova.

Rivoluzionare credo sia un termine forse ‘utopistico’, e lo è ancor di più per quanto riguarda la musica italiana, perché, specialmente in quest’era moderna, nessuno inventa più niente di nuovo (a maggior ragione qui). Adesso per lo più chi fa musica gioca e prendere spunto dalle sonorità del passato, cercando di riproporle in nuovi pezzi, un po’ come quei pantaloni a campana che non hai buttato via sperando che un giorno tornino di moda”.

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> Più in generale, come giudichi l’evoluzione della musica italiana moderna?

“Sono sempre dell’opinione che nel nostro paese si viaggia su due binari paralleli. C’è l’Italia dei talent show, che genera interpreti a profusione, e tutto il paese a fare il tifo. Una volta consacrati diventano mainstream, e vanno ad aggiungersi a tutti gli altri interpreti e musicisti mainstream che ancora fanno la stessa musica da vent’anni, riproponendo lo stesso cliché. Il pubblico però continua ad apprezzare, quindi perché dovrebbero cambiare? Tra i musicisti mainstream apprezzo Cremonini e Jovanotti, che ogni volta almeno si impegnano per fare cose nuove e stimolanti.

Dall’altra parte, c’è l’Italia di quei musicisti che partono da gavette snervanti nell’intento di esprimere il proprio sound. Alcuni alla fine ce la fanno”.

> Facciamo un piccolo passo indietro. Sono rimasto molto affascinato dal brano Zero sbagli, è un testo molto singolare, soprattutto in riferimento al titolo. In pratica, tu ‘inciti’ all’apprezzare gli errori della propria vita. Come mai?

“Senza errori non ti fai le ossa, non cresci, non ti evolvi. Ben venga lo sbaglio e il successivo tentativo. I più grandi successi dell’umanità sono costellati da tutti tentativi falliti. Tutti tranne l’ultimo. L’importante è tentare ancora“.

> Tra i vari singoli, troviamo anche Einstein. Perché scrivere e interpretare un pezzo con questo nome?

“Perché? Perché la fisica ci insegna che siamo in un mondo dominato da forze che abbiamo imparato a conoscere e che sul nostro pianeta si comportano nella stessa maniera, sempre. Nell’universo abbiamo scoperto che le stesse forze non interagiscono tra loro nello stesso modo. Persino il tempo non è una costante. Persino qui, sulla Terra, possiamo dilatare il tempo. Usandolo con le persone giuste, si ha la sensazione di averlo impiegato nel modo migliore, per esempio”.

> Poi veniamo al pezzo con cui ti ho conosciuto, Ci provo sempre… (a farti ridere). A fronte del tempo passato, quali sono stati i riscontri in merito?

“Zero cosmico, lei è sempre a casa sua, e io nel frattempo faccio il musicista. Qualcosa c’ho guadagnato, no?”.

> Myale, domanda atipica. Possiamo ancora dare credibilità alla musica, nonostante l’ipercommercializzazione a cui stiamo assistendo

“Credo ci sarà sempre qualcuno che farà musica cool, basta guardare il quadro nella maniera più ampia, vedere come si comportano nel mondo, non soltanto in casa nostra”.

> Qual è stato il momento preciso che ti ha fatto pensare “Meno male che ho deciso di fare musica”?

“Con questi termini non ci ho mai pensato, piuttosto credo sia per grazia divina che siamo messi in condizioni di trarre dagli avvenimenti negativi qualcosa di importante. ‘Dal letame nascono i fior’, diceva un genovese. Io adesso l’ho presa come una crociata, perché le cose non avvengono a caso. Hanno sempre un senso”.

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