Il sound delle giovani band: conosciamo i Rover Jay

Il sound delle giovani band: conosciamo i Rover Jay

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I Rover Jay sono un quintetto hard rock romano che sta macinando musica a suon di gavetta. Ho avuto la fortuna di conoscere alcuni componenti della band in varie occasioni, ma due anni fa ho avuto il privilegio di lanciare il loro debutto musica: nel 2016, infatti, li intervistavo a FinestrAperta, per parlare di Pieces of Hope, il loro primo EP. 

Ora, però, qualcosa di nuovo bolle in pentola. I cinque ragazzi sono tornati in studio a registrare, e hanno partorito un nuovo brano. Ma prima di ciò, te li faccio conoscere meglio, in quanto ho fatto due chiacchiere con Riccardo Visco, il bassista. La loro è una storia intrigante, che ben rappresenta la scelta di molti ragazzi di intraprendere la strada della musica, soprattutto in grandi città come Roma. 

> Come nasce la storia dei Rover Jay?

“Nasce in un liceo di periferia dall’incontro di quattro ragazzi con una grande passione in comune, la musica. Inizialmente provavamo in una cantina allestita alla buona, e le prove consistevano in lunghe jam session improvvisate, giusto per passare il tempo in compagnia e divertirsi. Quando ci siamo resi conto che quello che usciva dai nostri strumenti meritava di diventare qualcosa di più allora abbiamo dato alle nostre idee la forma di canzoni. Da li poi è nato tutto quello che siamo oggi”.

> Cosa significa essere una band emergente nella scena romana?

“Non è facile, è risaputo. Spesso, soprattutto agli inizi, i locali non fanno suonare band emergenti, ancor più spesso i gruppi non vengono pagati. Il problema principale secondo noi è l’assenza di curiosità del pubblico che preferisce ascoltare artisti famosi, piuttosto che andare a scoprire un gruppo emergente nel locale sotto casa. Bisogna essere spinti da una grande passione per andare avanti”.

> Più in generale, che stagione sta vivendo la musica emergente italiana?

“Credo che a livello underground ci siano veramente degli ottimi artisti che propongono musica molto interessante, decisamente migliore rispetto alla musica cosiddetta mainstream. Il problema è che la visibilità che gli viene concessa è molto scarsa”.

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> Vorrei entrare più nel dettaglio. Quando i Rover Jay propongono la musica nei pub, è più facile suonare i propri pezzi oppure vengono chieste espressamente le cover?

“Il nostro caso è un po’ diverso poiché noi proponiamo solo rigorosamente musica originale, quindi quando abbiamo una serata in un locale non ci vengono richieste. Esistono però alcuni locali e club a Roma (praticamente tutti i più grandi e famosi) che sono veramente off limits. Accettano solo cover e tribute band, e questa è una enorme limitazione per chi propone musica propria e cerca di ottenere visibilità. Ma tutto questo si ricollega con la mancanza di curiosità da parte del pubblico di cui parlavamo prima: se il pubblico avesse un reale interesse per la musica originale e indipendente la situazione sarebbe molto diversa”.

> Parliamo dei vostri inizi: Pieces of Hope è stato il primo EP dei Rover Jay. Quali riscontri avete ottenuto in merito?

“Siamo molto soddisfatti dei risultati ottenuti. Innanzitutto perché è emozionante avere la propria musica che prende forma fisicamente. E poi perché ci ha permesso di farci conoscere da molte più persone, sia chi ha comprato fisicamente il disco sia chi l’ha ascoltato sui nostri canali (facebook, youtube, spotify), ma anche chi ci è venuto ad ascoltare dal vivo e, magari, senza aver ascoltato il disco non ci avrebbe mai scoperto. Per noi poi il contatto e il confronto con il pubblico è sempre la cosa più importante”.

> So che state meditando l’uscita di un nuovo singolo. Potete anticiparmi qualcosa? Ci sarà un album? Magari un EP? Giuro che vi seguirò fino alla fine dei vostri giorni per estorcervi l’informazione se non me la date, eh.

“Ahah. A questo punto, se è questo l’interesse dobbiamo parlare! Scherzi a parte, sì, abbiamo appena terminato di registrare un singolo: Se non ci sei tu, il secondo in italiano (che si aggiunge al primo Ad un passo da te).  Questo nuovo singolo ci proietta verso un percorso artistico diverso, forse più maturo, già iniziato con il precedente EP Frammenti di speranza. Abbiamo una visione più consapevole di ciò che vogliamo fare e di ciò che vogliamo raccontare ed esprimere con la nostra musica. Per quanto riguarda l’album, è un discorso molto impegnativo. Ci sono molti pezzi in cantiere, valuteremo con attenzione nei prossimi mesi”.

> Quali sono le sensazioni e le emozioni di una giovane band che entra in studio a registrare?

“Come ti dicevo prima, è bellissimo vedere la propria musica che prende forma, soprattutto le prime volte. In generale poi il lavoro in studio è veramente entusiasmante e coinvolgente, si è instaurato tra di noi un bel clima costruttivo nel discutere di arrangiamenti, suoni. Ci siamo divertiti molto, crediamo che sia uscito un bel risultato e speriamo che il pubblico ci dia un bel riscontro”.

> Più in generale, cosa volete comunicare attraverso i vostri brani? C’è n’è uno molto caro ai Rover Jay?

“Semplicemente vogliamo comunicare le nostre emozioni, quello che sentiamo dentro in risposta a come ci si pone di fronte la realtà. Ci piace condividere quello che proviamo e speriamo di creare un contatto con chi ci ascolta”.

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> Musica rock, questa entità che ormai sembra vacua. Cosa ne pensate della scena rock attuale? A vostro avviso, c’è qualche nome che si salva?

“Spesso si dice il rock è morto. Ma non è così. È vero, non ci son più gli artisti che ci stavano un tempo, quelli che segnavano la storia. Ma il rock come movimento, essendo un fenomeno che smaschera la società che lo circonda, semplicemente, si è evoluto e con esso il sound, le tematiche, il pubblico e via dicendo”.

> Attualmente vi state autoproducendo o c’è un’etichetta discografica che vi segue?

“Attualmente ci stiamo autoproducendo. Abbiamo avuto delle opportunità, ma per ora riteniamo che questa scelta ci dia maggiore libertà artistica. Più avanti si vedrà”.

> Domanda secca: i Rover Jay sono per SIAE o Soundreef?

“Soundreef, anche se la SIAE ultimamente ha intrapreso delle iniziative a favore dei giovani pienamente condivisibili”.

> Ultima domanda: c’è un momento preciso della vostra carriera che vi fa dire “Ma quant’è bello fare tutto questo”?

“C’è ne è più di uno sicuramente. Innanzitutto quando si è sul palco e si condivide il frutto del proprio lavoro col pubblico è sicuramente la parte più emozionante. Personalmente poi adoro lavorare sui dettagli dei brani, sugli arrangiamenti, sia in sala prove che in studio di registrazione”.

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